“Pizza D’asporto” è un brano che non fa sconti. Usa l’ironia come lama affilata e la musica come veicolo di denuncia, costruendo una satira politica che colpisce più per immagini che per slogan. Il titolo stesso è un gioco linguistico efficace: una fusione tra diplomazia, aplomb e bomba, che anticipa perfettamente il contenuto del testo.
Testo: quando la metafora diventa accusa
Il cuore del brano è nel testo, diretto ma mai banale. La metafora della “pizza da asporto” usata per descrivere la democrazia esportata è particolarmente potente: qualcosa di apparentemente accessibile a tutti, ma spesso freddo, imposto, standardizzato. Un’immagine pop che funziona perché è immediata, quotidiana, e proprio per questo disturbante.
I versi alternano sarcasmo e disillusione:
“Ti vesti da santo ma puzzi di bugie”
“La tua pace è una bomba che esplode e mi studia”
Qui la critica è chiara: la distanza tra il linguaggio ufficiale del potere e le conseguenze reali delle sue azioni. Non c’è rabbia urlata, ma una lucidità amara che rende il messaggio ancora più incisivo.
Ritornello e hook: la commedia del potere
Il ritornello è costruito come una filastrocca oscura, quasi grottesca. “Che bella commedia” non è un complimento, ma una condanna: la politica internazionale viene rappresentata come teatro, dove le parole rassicuranti nascondono meccanismi violenti.
Il post-chorus, con il suo “Boom boom boom”, è geniale nella sua semplicità: trasforma l’onomatopea dell’esplosione in un tormentone, rendendo impossibile ignorare ciò che spesso viene normalizzato.
Musica e atmosfera
L’inserimento di un assolo di sassofono con percussioni latine non è solo una scelta estetica, ma anche simbolica. Richiama geografie precise, storie di interventi e influenze culturali forzate. La musica diventa così parte del discorso politico, non semplice accompagnamento.
Il contrasto tra un groove quasi leggero e un testo duro rafforza l’effetto straniante: si ascolta con piacere qualcosa che, in realtà, racconta una realtà scomoda.
Una canzone che prende posizione
“Diplombcrazia” non cerca neutralità. Prende posizione, e lo fa con intelligenza, senza didascalismi. Non indica soluzioni, ma pone domande scomode. È una canzone che invita ad ascoltare con attenzione, a cogliere i doppi sensi, a riflettere su quanto spesso il linguaggio del potere venga usato per rendere accettabile l’inaccettabile.
In un panorama musicale dove la critica politica è spesso edulcorata o gridata senza profondità, questo brano si distingue per equilibrio, ironia e consapevolezza. Fa sorridere, ma quel sorriso resta un po’ amaro. Ed è proprio lì che colpisce nel segno.








